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Firenze è a soli 36 km

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LUOGHI DI INTERESSE

ABBAZIA DI VALLOMBROSA

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Nel periodo della fondazione della comunità monastica fu costruito un primitivo oratorio con un altare in pietra, consacrato nel 1038; l’edificio, tutto in pietra, fu ultimato dopo 20 anni. La chiesa fu successivamente rifatta in stile romanico (con campanile alto 40 m) nei primi decenni del XIII sec. . L’attuale struttura della chiesa a pianta a T è fondamentalmente quella del 1230, salvo lievi modifiche; la facciata originaria è coperta da una loggia a tre archi (risalente al 1645), sormontata da una statua in pietra serena della Madonna, con ai lati gli stemmi dei Medici e di Vallombrosa. All’interno della chiesa, l’originaria copertura romanica a capriate è stata sostituita nel XVI sec. da tre volte padiglionate, rette da archi ribassati e decorate nel 1750 da Giuseppe Fabbrini, autore anche degli affreschi della cupola. Le pareti furono invece intonacate nei primi decenni del ‘700.

PIEVE DI ROMENA

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Sotto il castello feudale di Romena, a 3 km da Pratovecchio, situata in vista di uno splendido panorama del Casentino, troviamo la Pieve di San Pietro che rappresenta un esempio di architettura romanica fra i più notevoli dell’intero territorio. Dedicata a S. Pietro Apostolo si trova sulla Via Maior, eretta su un primitivo edificio sacro etrusco e romano. L’impianto romanico attuale risale al periodo della costruzione avvenuta intorno al 1152; la facciata è stata ricostruita dopo un crollo avvenuto nel 1678 a causa di uno smottamento e il tetto è stato restaurato nel 1712, ma sia l’esterno che l’interno, costruiti con pietra arenaria locale, purtroppo corrosa dal tempo, rappresentano un esempio di eleganza e di raffinatezza.Sul lato sinistro si trova un campanile quadrangolare più antico della chiesa stessa. L’interno è a tre navate separate da colonne con capitelli finemente decorati, di singolare espressività, tutti scolpiti da mani esperte, di probabile scuola lombarda o francese.

PIEVE DI CASCIA

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La pieve di S. Pietro è documentata nelle fonti scritte a partire dal 1040. Un’errata tradizione, sviluppata sulla scia di Repetti, la vorrebbe consacrata nel 1073, come avrebbe testimoniato un’epigrafe, vista dall’erudito, murata nell’abside dell’edificio. La lapide non è stata rinvenuta e le forme attuali del corpo di fabbra fanno pensare che sia stato costruito fra XII e XIII secolo. E’ probabile, come è stato verificato per quella di Gropina (AR), che la pieve ‘romanica’ sia sorta sopra un precedente edificio religioso; indizio di questa trasformazione potrebbero essere anche le notevoli dimensioni del corpo di fabbrica. Ad avvalorare questa supposizione alcuni tratti di murature che affiorano dal terreno retrostante l’abside. Nel 1102 la pieve è confermata al vescovo di Fiesole con la corte ed il Castelnuovo di Cascia. E’ probabile che il plebato di Cascia avesse raggiunto già all’inizio del secolo XII l’assetto definitivo, documentato nelle decime degli anni successivi (Moretti afferma che “la costituzione della pieve durò per tutto l’alto Medioevo, raggiungendo l’assetto definitivo soltanto nel XII – XIII secolo”.

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Il Trittico di San Giovenale, dipinto a tempera e oro su tavola (pannello centrale 108×65 cm, pannelli laterali 88×44 cm) di Masaccio, datato 23 aprile 1422 è conservato nel Museo Masaccio a Cascia di Reggello. Si tratta della prima opera attribuita a Masaccio, nonché del più antico saggio conosciuto in pittura di uso della prospettiva geometrica rinascimentale.Nel gennaio del 1422 Masaccio si registrava all’Arte dei Medici e Speziali che accoglieva anche i pittori, accollandosi le cospicue tasse di iscrizione e di rinnovo periodiche. Ciò testimonia come il pittore doveva sentirsi sufficientemente coperto da entrate derivanti da commissioni. La data alla base del dipinto, a soli 4 mesi di distanza dalla sua iscrizione, fa presupporre che Masaccio abbia dipinto l’opera verosimilmente a Firenze. Qui dettagli stilistici dimostrano un suo contatto con la cerchia di artisti fiorentini più all’avanguardia, in particolare Filippo Brunelleschi e Donatello.”.

CASTELLO DI POPPI

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Il castello di Poppi è il monumento principale del Casentino. Al contrario di tutti gli altri castelli ed architetture medievali della zona non è stato rovinato dal tempo e dagli uomini essendo sempre stato usato come residenza del potere politico o amministrativo locale, infatti ancora oggi vi ha sede il Comune di Poppi. Fin dalle sue origini la storia del castello è strettamente legata a quella della più grande famiglia feudale del Casentino che mise Poppi al centro delle sue grandi proprietà ed abitò questo maniero per quasi quattrocento anni: i conti Guidi.Nonostante le prime notizie scritte dell’esistenza del castello siano datate 1191, la sua architettura e il fatto che i Guidi erano già all’epoca titolari di vasti possedimenti in Toscana e Romagna ci fa presupporre che la sua fondazione sia stata antecedente di due o tre secoli, risalente al periodo fra le invasioni Longobarde e Franche in questi territori.”.

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Il Castello ospita al suo interno la Biblioteca “Rilliana”, raccolta libraria di eccezionale valore e consistenza.
Il nucleo principale è costituito da una raccolta di manoscritti, incunaboli (edizioni a stampa del Secolo XV) e altre pubblicazioni dei secoli XVI-XVIII che il Conte Fabrizio Rilli Orsini, nel 1825, donò alla comunità di Poppi.
La Biblioteca si accrebbe poi nel 1866 quando, alla luce della legge sulla soppressione delle corporazioni religiose, venivano devolute alla Comunale di Poppi le librerie del sacro Eremo di Camaldoli e quelle dei Cappuccini di Poppi.
La Biblioteca Rilliana conserva tesori librari di grande interesse: tra i suoi 25.000 volumi ed opuscoli spiccano un nucleo di oltre 700 incunaboli (una delle maggiori raccolte italiane di esemplari a stampa del sec. XV) e una collezione di 800 manoscritti, del secolo XI, ricchi di miniature e lettere ornate.”.

EREMO DI CAMALDOLI

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Fondati mille anni fa da San Romualdo, monaco benedettino ed eremita (+ 1027), il Sacro Eremo e il Monastero di Camaldoli sono immersi in una suggestiva foresta dell’appennino tosco-romagnolo. Uno scenario di straordinaria bellezza che infonde quiete e dilata lo spirito.
Questa realtà monastica affonda le sue radici tanto nell’antica tradizione dell’Oriente cristiano, quanto in quella dell’Occidente che si riconosce in San Benedetto. Inoltre essa coniuga la dimensione comunitaria e quella solitaria della vita del monaco, espresse rispettivamente nel Monastero e nell’Eremo, che formano una sola comunità..

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San Romualdo aveva fondato molte comunità eremitiche. Verso il 1023 giunse fra il Pratomagno e il Monte Falterona in mezzo alle foreste casentinesi e decise di fondare un eremo in una radura detta Campo di Maldolo.
Incoraggiato dal vescovo di Arezzo Tedaldo, sotto la cui giurisdizione si trovava quella località, vi eresse 5 celle e un piccolo oratorio dedicato a San Salvatore Trasfigurato ovvero il primo nucleo dell’eremo. La dedicazione fu celebrata nel 1027 dal vescovo Teodaldo. Successivamente furono aggiunte 15 celle al nucleo originario della struttura.L’eremo, interamente cinto da un muro di sasso, si affaccia sulla strada con un portone, attraverso il quale si accede al cortile interno.

 

ITINERARI

Abbazia di Vallombrosa

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Pieve di Romena

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Pieve di Cascia

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Castello di Poppi

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Eremo di Camaldoli

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